Riflessioni sulla mediazione

Nella rete delle associazioni ad impostazione sociale, operanti internamente al territorio romano, l’associazione Med.e.A., emerge per l’esigenza primaria di creare un servizio di mediazione culturale a favore dei migranti e delle istituzioni italiane, con l’obiettivo di promuoveree di incrementare la partecipazione dei cittadini stranieri alla vita politica, economica e comunitaria della società italiana. La filosofia di Med.eA., che qui delineeremo in breve, si sviluppa a partire da una riflessione impegnata sul concetto di “mediazione culturale”, nuovo e, per certi aspetti, in aperta antitesi con il pensiero di molti operatori del settore.

Gli esponenti dell’associazione sono dell’opinione che, la mediazione culturale, materia che ha preso piede in Italia all’inizio degli anni novanta, sia uno strumento di comprensione e comunicazione tra collettività di persone portatrici di usi, costumi, abitudini e tradizioni peculiari, che non sempre sono riconducibili ad una stessa forma di pensiero e ad uno stesso modo di vivere. La distanza, più o meno ampia, tra guise umane di comportamento si nutre della disconoscenza dell’“altro”e della paura della diversità, producendo o accentuando la percezione della pericolosa dicotomia “noi/loro”, che portata all’esasperazione può sfociare in atti di discriminazione e di esclusione sociale. Tuttavia, lo scopo della mediazione culturale non è quello di omogeneizzare gli individui secondo un modello nozionistico predefinito, come quello dominante all’interno della società di approdo, ma consiste in un ridimensionamento della conflittualità o, che è lo stesso, del silenzio inflitto agli “altri”, mediante la messa in discussione di quell’atteggiamento di estraneità e di disgusto, con il quale gli uomini molto spesso concepiscono l’alterità.

Sostanzialmente, la mediazione culturale incoraggia la convivenza di patrimoni culturali propri delle collettività e delle singole individualità che si muovono dentro uno spazio territoriale comune; essa impegna altresì i popoli o i loro rappresentanti in una tensione dialogica che favorisce la cognizione, l’intendimento e l’ascolto di una vasta pluralità di voci; più in sintesi, essa corrobora il discorso sul superamento dell’etnocentrismo, sostenendo l’armonica fruibilità tra le varie culture.

In una società strutturata come la nostra, dove ogni settore di essa è agito da corpi culturali diversi, la mediazione culturale diventa, attraverso le sue lingue di grande capacità espressiva, come le parole, i gesti e gli sguardi, un essenziale congegno di diffusione di comunicatività. In questo senso il mediatore culturale, diversamente da quanto afferma gran parte delle “comunità dei mediatori culturali” in Italia, non è semplicemente un conoscitore di lingue, un traduttore di lemmi, ma la sua identità si lega preferibilmente ad una competenza tecnico-comunicativa di tipo culturale piuttosto che linguistico, di tipo esperenziale e relazionale piuttosto che meccanico, insomma da una profonda disposizione d’animo. Per questo, mediatore culturale può essere chiunque abbia soprattutto grandi doti umane (cittadini italiani e stranieri) e non esclusivamente linguistiche, che favoriscono mere prestazioni di interpretariato e che paradossalmente promuovono, nel campo della mediazione culturale, gravi iniziative discriminatorie1 ai danni di chi la mediazione culturale la pensa come un servizio che nasce dalla stretta interazione e reciprocità tra persone italiane, somale, tunisine, romene, brasiliane, etc.

Non vi è dubbio, che la formazione (anche linguistica) del mediatore sia importante, ma visto che la mediazione trae origine dalle piccole esperienze quotidiane di contatto con gli altri, si comprende bene quanto sia impensabile, se non inutile, conoscere tutte le lingue, o tutte le culture, o tutti i modelli sanitari, ovvero le diverse competenze comunicative, per saper fare mediazione. Questo è confermato anche dal fatto che esistono esperienze positive di stranieri che svolgono servizi di mediazione culturale per diversi gruppi umani, culturalmente e linguisticamente molto distanti da loro. Dunque, ciò che un mediatore deve possedere è una forte capacità di interpretazione dei bisogni, che attraversi la diversità culturale.

Oggi, la diversità degli ambiti che interessano la mediazione culturale è tale che si assiste già ad una progressiva specializzazione e diversificazione dei settori di questa disciplina: sanitario, carcerario, scolastico, lavorativo, etc. . Sarebbe conveniente, però, che questi ambiti non diventassero mai delle categorie troppo rigide, di modo che ci sia sempre un’interdipendenza fra loro e, di modo che la mediazione culturale conservi sempre una prospettiva unitaria, una visione generale che contrasti una eventuale ghettizzazione dei saperi e dei metodi, a favore di una forbita e attenta documentazione delle esperienze di mediazione culturale .

1 È da un recente dibattito sullo status giuridico della mediazione culturale, che è emersa la triste proposta di istituire un ordine dei mediatori culturali, destinato ai mediatori di origine straniera, che va ad avvalorare l’erronea, ma diffusa, convinzione che la conoscenza linguistica sia un requisito indispensabile per stimolare il dialogo tra gruppi socio-culturali divergenti e che quindi automaticamente esclude chi ne difetta.

Categories